Un operatore: “3 africani volevano sgozzarmi” Il Viminale: “Situazione a rischio”.

Caos nei centri d’accoglienza. Allarme violenza e sommosse

esclusiva-pofighiCie fuori controllo. Il Viminale: “Situazione a rischio”. Un operatore: “Tre africani volevano sgozzarmi”

Domenico è un giovane volontario di una cooperativa che a Potenza gestisce un centro di accoglienza dove trovano ospitalità una sessantina di profughi che fuggono dalla guerra.

Un popolo di disperati tra i quali non mancano le mela marce. Tre di loro (un nigeriano e due gambiani) all’inizio di dicembre hanno chiuso in una stanza per qualche ora Domenico e il titolare della cooperativa minacciandoli con queste parole: «O ci date più soldi, o vi sgozziamo». La «colpa» dei responsabili dell’ostello? Essersi rifiutati di «integrare» il quotidiano pocket money (una diaria di 4 euro al giorno destinato agli ospiti del centro) con ulteriore danaro che gli africani reclamavano non si sa a che titolo; una richiesta assurda degenerata in aggressioni e tentativi di rivolta, rientrati solo dopo un blitz della polizia. Lo stesso terzetto (poi arrestato dalla polizia) aveva incitato alla rivolta anche gli altri rifugiati che vivono nell’ex Ferrotel della stazione centrale, un edificio dove in passato alloggiavano i dipendenti delle Fs e che ora invece è stato adibito a ricovero per migranti. L’episodio di Potenza (la Basilicata per una discutibile scelta della Regione si è candidata a «laboratorio europeo» per l’accoglienza degli extracomunitari) è sintomatico di una situazione più generale che ha trasformato l’emergenza migratoria da una parte in un business e dall’altra in uno strumento politico. Ma mentre in Basilicata la situazione è – almeno per il momento – sotto controllo, in altre parti d’Italia il fenomeno si presenta ad altissimo rischio sotto il profilo della sicurezza.

La conferma viene da un dossier del Viminale che, dopo la nomina del neo ministro Minniti, ha deciso di «attenzionare» al massimo la situazione, anche sull’onda degli ultimi attentati terroristici di matrice islamica. 

«Il parallelismo tra migranti e terroristi è improprio, ma il nostro impegno su questo fronte deve rimanere ai massimi livelli», ha dichiarato il responsabile dell’Interno all’indomani del suo insediamento. Il passo successivo è stato quindi il «riesame analitico» della mappa dell’accoglienza finita anche sulla scrivania dei vertici della nostra intelligence. Parole d’ordine: «prevenzione» e «controllo del territorio». Soprattutto nei centri che già in passato si sono segnalati per episodi di violenza. Allarme rosso su 37 dei centri con una capienza complessiva di circa 8 mila posti. Si tratta di centri aperti, dedicati all’accoglienza degli stranieri in attesa del verdetto della Commissione territoriale per il riconoscimento dello status dei rifugiati. Le Prefetture rimborsano una quota di circa 50 euro al giorno per ogni ospite. Più o meno il doppio di quanto lo Stato paga (25-30 euro al giorno a persona) alle associazioni e ai 130 comuni che aderiscono allo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati che accoglie una parte dei rifugiati, dopo il riconoscimento del loro status.

Non sempre (anzi, molto di rado) la qualità dei «centri emergenziali» è buona, un degrado che accomuna angosciosamente Nord e Sud: basti pensare alle drammatiche situazioni in cui versano il cosiddetto «Ghetto dei Bulgari» alle porte di Foggia e lo stesso centro migranti di Cona (Venezia), teatro della rivolta della scorsa notte. Senza contare le varie inchieste giudiziarie sulle tante cooperative di «solidarietà» che approfittano di un sistema (strutturale e legislativo) dove la linea di demarcazione tra chi lucra e chi fa vere accoglienza risulta spesso di difficile individuazione. Anche per questo nel dossier del Viminale si rilancia l’idea di costituire un centro-rifugiati in ogni regione. Le due domande-chiave restano sempre le stesse: quanto costerà ai contribuenti il progetto? Il piano sarà efficace?

«Grazie» a un malinteso buonismo demagogico (sentimento tutto italico), nel 2016 i migranti sbarcati sulle nostre coste hanno raggiunto la cifra record di 200mila (i minori non accompagnati risultano 25mila). Il totale delle espulsioni effettive, con accompagnamento alla frontiera, eseguite ogni anno sono poco più di 5mila, mentre la presenza sul nostro territorio di cittadini stranieri senza documenti è stimata circa in 40mila.

Ma un dato resta sconcertante: se anche il ritmo delle espulsioni con accompagnamento alla frontiera raddoppiasse, servirebbero almeno 12 anni per espellere tutti i migranti senza documenti. Come pretendere di svuotare il mare con un bicchiere. Intanto nell’esercito di chi attende a braccia conserte il riconoscimento dello status di rifugiato non mancano le teste calde che avanzano pretese: «Abbiamo bisogno di più soldi, cibo rispettoso delle nostre origini e condizioni di vita più umane». Pretendono «rispetto» e «umanità», ma poi minacciano di «scannare» chi cerca di dargli una mano. Di lavorare neppure a parlarne. E la chiamano «integrazione».
(fonte)

 

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